Di nuovo. È successo di nuovo. L’incapacità di accettare un rifiuto, un distacco, l’immaturità emotiva di chi non sa gestire rabbia e frustrazioni, derubricata a ragioni sentimentali, gelosia, ossessione del femminicida.

Sara e Ilaria sono, in ordine cronologico, le ultime vittime, ma crediamo purtroppo che non saranno le ultime finché durerà questa lettura del fenomeno femminicidio. Una lettura che tende spesso a comprendere il gesto di lui e a caricare di responsabilità la vittima “che non ha denunciato”, “che non ha chiesto aiuto”, “che non si è adeguatamente difesa” e via così. La vittimizzazione secondaria è come essere uccise due volte e sviare l’attenzione dal problema di fondo che è ancora una volta l’analfabetismo emotivo e la cultura patriarcale.

Le 75 coltellate inferte a Giulia Cecchettin da Filippo Turetta secondo i giudici non sono sinonimo di crudeltà, ma di inesperienza e inabilità. Per dire.

Le parole sono specchio del pensiero; le parole interpretano il mondo; le parole creano il mondo.
Noi come associazione Artemisia crediamo fortemente nella necessità di sensibilizzare le giovani e giovanissime generazioni; ma fare la nostra parte attraverso gli interventi nelle scuole per ri-educare, far riflettere, costruire consapevolezza, seppur importante, non può bastare. Diventa anzi un compito arduo, quando da una cultura impregnata di patriarcato e di analfabetismo emotivo giungono messaggi di segno opposto; quando tutto intorno a noi sembra decostruire ciò che con tanto impegno le persone di buona volontà provano a costruire.

La sensazione che a volte ci invade è l’impotenza. Ma poi ci guardiamo e senza la minima esitazione ci rimettiamo in marcia. Non è l’ora del silenzio è l’ora di fare rumore.

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