L’evento organizzato insieme ad AMT Teatro è stato un vero successo di pubblico e di gradimento.
Il 21 novembre 2021 la rappresentazione de “La sala d’attesa” di Stefania De Ruvo ha coinvolto ed emozionato, mettendo in scena le storie di cinque donne in vari modi oppresse dalla violenza maschile. Le donazioni raccolte nell’occasione ci hanno reso molto felici e grate per il profondo desiderio di sostenere il nostro sportello antiviolenza da parte degli spettatori.

La sala d’attesa è un dramma che permette di esplorare da dentro il vissuto di una donna che subisce violenza da un compagno o un familiare. Per questo abbiamo volentieri accolto la proposta di AMT Teatro di usarla all’interno di un progetto di sensibilizzazione, non solo per ribadire che la violenza di genere esiste, ma anche per provare a dare elementi utili al suo riconoscimento e quindi alla sua prevenzione. Quando la violenza si nasconde tra le pieghe dell’amore, del coinvolgimento passionale o di un progetto familiare, è molto più confusa e difficile da rilevare. E come ce ne difendiamo, se non la vediamo?
La sala d’attesa è un limbo, un passaggio tra la vita e la morte. Simbolicamente è un passaggio di autoconsapevolezza, che si fa strada a mano a mano che le donne si confidano e si danno solidarietà. Non è molto diverso da quello che è un centro antiviolenza: un luogo di consapevolezza della violenza, che emerge nel rapporto tra donne, confrontando le proprie esperienze e comprendendo quanto la violenza non sia affatto una sfortuna per poche, ma un fenomeno dilagante, strutturale, endemico all’interno dei rapporti tra sessi.
La violenza di genere viene riconosciuta nella cosiddetta “Convenzione di Istanbul” come una violazione dei diritti umani e come “una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione.”
Il dramma “La sala d’attesa” permette di illustrare la violenza in vari aspetti:
Le radici socio-culturali della violenza di genere
“Lava i panni sporchi a casa tua e non lasciare che qualcuno ti parli dietro. Io ho fatto quello che mi diceva mia madre e questo è il risultato.” dice Maria.
Il personaggio di Maria, interpretato da Teresa Giglioni, è in una trappola fatta di paura, ma le sbarre di questa gabbia sono costituite dagli stereotipi e dai pregiudizi di genere. Uno dei motivi principali per cui una donna non lascia un uomo violento è l’idea di dover fare il proprio dovere come donna. La cultura patriarcale ci fa pensare che la violenza è avvenuta per il fatto di non essere stata abbastanza (brava, solerte, attenta, obbediente, dolce, capace di soddisfare tutti i bisogni). Quando esplode la violenza, non si fugge subito, perché si pensa di esserne responsabili con le proprie inadempienze. Si resta, quindi, per migliorare come donna, come madre e come moglie, fino al totale asservimento. Che però è inutile, perché il maltrattante agirà violenza comunque.

Come a volte la vittima si trova a colludere con il carnefice
“Io non sono una vittima, non lo sarò mai. Mi sono solo tenuta quello che era mio” afferma il personaggio definito “Omertà”.

Le donne stesse possono aderire ai valori del patriarcato, farli propri, fino ad auto-mortificarsi, auto-sminuirsi, pensando che ci sia un valore positivo nella sottomissione, nel silenzio, nel sacrificio di sé. Il personaggio di “Omertà”, interpretato da Stefania De Ruvo, è la donna che instaura col proprio carnefice un legame di patologica alleanza. La vittima stessa non vede la violenza perpetrata ai suoi danni e ai danni della figlia. La nega, non la vuole vedere, la normalizza dentro di sé. Di conseguenza rimane intrappolata nel limbo.
Il ciclo della violenza
“Mi ha promesso che chiederà aiuto per risolvere questa cosa. Mi ha chiesto aiuto, me lo ha chiesto pregandomi. Ma la stessa scena l’ha fatta troppe volte.” dice Chiara.
La violenza è spesso seguita da una fase riparativa, fatta di promesse e bei gesti, per scongiurare il rischio di essere lasciato. Lo sa bene Chiara, il personaggio interpretato da Alessandra Petinari. Questo più di ogni altro aspetto ha il potere di intrappolare nella violenza, perché è una manipolazione che porta a pensare che il rapporto funziona, mentre le aggressioni solo solo sporadici incidenti di percorso. Per approfondire le varie forme della violenza e il ciclo della violenza, clicca qui.

Lasciarlo non basta
“Io non pensavo che mi avrebbe fatto del male. Pensavo che si sarebbe arreso e mi avrebbe lasciato in pace” dice Lucia.

Soprattutto nei rapporti molto controllanti, interrompere la relazione non basta per essere al sicuro, anzi, la pericolosità del maltrattante tende ad aumentare, a causa della sua volontà di riprendere potere su di lei. La violenza domestica può diventare stalking. Il personaggio di Lucia, interpretato da Elena Grilli, va incontro a conseguenze gravissime per aver lasciato il compagno dopo il primo schiaffo.
Le conseguenze del trauma
“Ho permesso alle violenze del mio passato di prendersi anche il mio futuro. Sono stata una vittima fino all’ultimo.” dice Cristina.
Vivere con continuità in un contesto violento significa essere esposte a traumi ripetuti e ha inevitabili conseguenze psicologiche, le stesse subite dai prigionieri di guerra sottoposti a tortura. Non c’è un’area della vita di una donna che non sia toccata dalla violenza. Le conseguenze sono tanto più gravi quanto più gli abusi sono precoci. La sfida del percorso di fuoriuscita riguarda veramente un ricostruirsi come persona globale. A volte questa sfida viene vinta, e noi operatrici dei centri antiviolenza vediamo le donne rifiorire, rinascere. Altre volte no, la distruzione è andata troppo oltre, come nel caso del personaggio di Cristina, interpretato da Teresa Strappato, che ha una tale sofferenza dentro, da arrivare al suicidio.

Un sentito ringraziamento a tutte e tutti coloro che hanno partecipato e contribuito alla realizzazione dell’evento.
